Da vitigno sconosciuto a vino che ama il tempo…

Manni Nossing – Kerner 2011

 

Beh, dire che il Kerner fino a  dieci anni fa non se lo filava nessuno fuori dei confini regionali dell’Alto Adige o meglio tra Val Venosta e Valle d’Isarco dove sono concentrati i soli 35 ettari di vigneto destinati a questo incrocio creato nel 1929 in Germania tra Schiava grossa (vitigno a bacca rossa) e Riesling, è un po’ come scoprire l’acqua calda ma c’è un però nella continua valorizzazione e ricerca di vitigni autoctoni nella nostra Penisola.

Il calo del desiderio verso i vitigni internazionali nella seconda metà del 2000 e la sempre più spasmodica ricerca nella cerchia dei bevitori appassionati, flippati, eno-convinti di bottiglie da mono vitigno che potessero meglio esprimere un territorio, ma questo non è sempre detto perché esistono blend unici quanto storici e veri rappresentanti di una specifica area produttiva, ha comunque portato alla ribalta questo singolare vitigno anche lontano dalle zone di origine.

Ho provato il Kerner per la prima volta circa dieci anni fa in una degustazione tematica organizzata da Enotime una associazione molto dinamica tra produttori, enologi, commerciali e industriali del settore vinicolo e della gastronomia in generale, nella quale mi affascinò questo vino dal colore bianco carta ma da una personalità tutta sua, fatta di mineralità, aromaticità di montagna e una struttura decisamente sorprendente rispetto al primo approccio visivo.

La boccia 2011 del Kerner di Manni Noessing che con i suoi 5 ettari vinifica in proprio solo dal 1999 le uve familiari, dopo aver conferito per anni nelle cantine cooperative del luogo e solo dal 2003 con una propria cantina, l’avevo provata un annetto fa in una batteria di vini al coperto ma non era riuscita a spiccare nonostante la sua personalità perché risultò abbastanza compressa nelle sensazioni gusto-olfattive di un assaggio stile ‘sveltina’, ad un anno di distanza il discorso è cambiato, il sorso si è mostrato molto disteso, tagliente  con tutte le componenti ottimamente equilibrate fermo restando una spiccata freschezza mista ad una mineralità granitica, le sensazioni olfattive di erbe selvatiche, pietra focaia e spezie, tipo cardamono e coriandolo, hanno reso entusiasmante il sorso ancor più in abbinamento ad una frittata di zucchine e a delle polpettine di manzo intrinte in una crema di prezzemolo, un sorso particolarmente ricco dai riflessi paglierino carico ma di cristallina purezza gustativa a riprova che l’affinamento sulle fecce fine dona ai bianchi complessità e longevità se si ha la pazienza di aspettarli piuttosto che consumarli freschi di annata e malvaggiamente intrisi di catalizzanti note giovani di fermentazione.  

 

 

Cla.

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