Cantina Astroni: Passato, Presente e Futuro di Falanghina e Piedirosso dei Campi Flegrei

 

E’ davvero impressionante come la Campania del vino (almeno quella!) abbia fatto dei passi da gigante nel livello qualitativo dei suoi vini, in particolare per quanto concerne i bianchi che sempre più sono sotto le luci della ribalta grazie ad una piacevolezza e peculiarità sia nel breve termine ma soprattutto nella immensa capacità di emozionare anche a molti anni dalla vendemmia.

Di Fiano di Avellino e Greco di Tufo (forse in misura minore) si parla ormai da quasi dieci anni come i migliori bianchi della penisola, mentre con gran fatica la Falanghina in generale e quella dei Campi Flegrei in particolare sta cercando di scrollarsi di dosso l’appellativo di vinello da pesce nei ristoranti di fascia media,  per non dire medio bassa, per assurgere all’Olimpo dei vini con personalità, allontanandosi dallo stereotipo di bianco tutta banana e salinità.

Cantina Astroni un pò per gioco un pò per la gran voglia di mettersi in discussione ha proposto una verticale originale e atipica con i due vitigni principali dell’areale flegreo: Falanghina e Piedorosso per capirne insieme ad operatori del settore e amici appassionati quali le prospettive per due vini che potranno rappresentare sempre di più le punte di diamante aziendali in un ottica di valorizzazione di una produzione eco-sostenibile e fedele alla veracità del territorio di origine. 

 

 

 

Il gioco senza paracadute di Cantina Astroni nella persona di Gerardo Vernazzaro, Vincenzo Varchetta ed Emanuela Russo è stato fatto con questa straordinaria verticale, mettendosi a nudo con una batteria di vini dal 2001 al 2012 senza timori di sorta, lanciando in campo anche vini nati e cresciuti per una pronta beva e, nei primi anni del 2000, destinati esclusivamente alla vendita nella GDO.

I vini sono divisi in tre micro categorie: Falangos che è frutto del blend di uve Falanghina provenienti da diverse zone dei Campi Flegrei (Baia, Bacoli, Camaldoli, Astroni) che io definirei il vino della old economy, le annate provate sono state la 2006/2005 e 2003, vino sui quali nessuno avrebbe scommesso un euro sulle capacità di longevità e invece?

E invece si ha di fronte vini che erano acquistabili a cinque euro e che ancora oggi profumano di zolfo e lavanda, camomilla e zucchero a velo!

La 2003 è la più ricca perché figlia di una annata calda anche se con quel finale ammandorlato che la priva di eleganza tout court, la 2005 è secondo me un sussulto al cuore: vegetale, minerale, empireumatica e con una beva a dir poco dissetante, infine la 2006 è la più fedele alla tipologia: magra, semplice ma non banale, sapidissima e corta com’è giusto che sia! 

 

Colle Imperatrice è la Falanghina della sola vigna degli Astroni, una sorta di cru da piccola vigna, che in un ottica di crescita programmata la definirei la Falanghina della consapevolezza, della riscossa.

La 2012 parla di una bellissima verve citrica e di una salinità salmastra, ancora in progress, la 2011 è senz’altro meno sfaccettata, con in evidenza maggiormente le note fruttate (pera e pesca), la 2010 è la mia preferita: complessa, goduriosa, armonica e maledettamente figlia di una bellissima annata.

 

Infine c’è la batteria di Strione, la Falanghina della sola vigna del cratere degli Astroni, macerata sulle buccie, ecco il vino della sfida, della sperimentazione.

Ho una predilezione per questi vini negli ultimi anni, purchè la macerazione non faccia rima con standardizzazione e in questo caso le annate e le correzioni date dalla consapevolezza enologica hanno reso questo prodotto di particolare interesse anche se fuori dagli schemi della classica Falanghina dei Campi Flegrei come la conosce il consumatore tipo: salina, sottile e da bere senza troppo pensarci su.

La 2010 è un esplosione di profumi eleganti (la prima volta che si macera in fermentazione e solo il 50% della massa mentre l’altra metà viene vinificata normalmente): anice, china, balsamico, miele di tiglio, fiori di zagara con una esplosione agrumata al palato e una rotonda salinità, la 2009 figlia di un’annata sfigata sa di mare e fiori secchi ma si perde in lunghezza e complessità, nella 2008 si inizia a vedere una ricchezza maggiore che trova la sua massima espressione nel 2007 con opulenza e grassezza non priva di spettacolare freschezza e salinità, infine la 2006 è forse la meno intensa della batteria e quella che ormai ha raggiunto il picco di maturità in vetro e senza dubbio il vino della partenza della grande sfida personale di Gerardo alla ricerca di nuovi equilibri e armonie.

 

 

 

 

Discorso ancora a parte per il Piedirosso dei Campi Flegrei, vitigno sconosciuto ai più fuori dai confini regionali e che oggi con la nouvelle vague del gusto orientata a vini succosi, sfaccettati e non necessariamente materici potrà dire la sua se riuscirà a scrollarsi di dosso quella approssimazione delle vinificazioni del passato.

In degustazione il cru Colle Rotondella da vigneti dei Camaldoli ci parla di un cambio di stile aziendale, la 2012 esprime tutta la vinosità e rusticità del vitigno coltivato in zone vulcaniche con quei profumi di cenere e zolfo misti a viole e mela cotogna e una bocca fresca e sapida priva di tannini aggressivi, la 2011 è decisamente più composto anche se meno complesso, la 2010 è un vino che scimmiotta l’Aglianico per cui nonostante sia complesso, sfaccettato e di buona persistenza è troppo poco fedele alla sua natura, è senz’altro frutto delle prime sperimentazioni aziendali.

 

Sono stati degustati anche bottiglie di Per e palumm 2007/2003/2002 e 2001 nelle quali ad un approccio olfattivo privo di note positive (le classiche quanto vecchie debolezze del vitigno) si manifestava un incedere gustativo tutto incentrato su salinità e freschezza, di assoluta pregevolezza, sono i vini della vecchia era, bottiglie destinate alla GDO vendute sotto i 5 euro e destinate al consumo immediato, vini che hanno evidenziato come il Piedirosso è un vitigno pessimo se sottovalutato e non seguito adeguatamente sia in vigna che in cantina anche se fatto per un consumo low cost.

 

Una sorpresa finale è stato il Tenuta Camaldoli’ Riserva 2011 un cru del cru Colle Rotondella vinificato dopo un’accurata selezione dei grappoli in castagno e ciliegio e affinato in vetro per un anno, un Piedirosso che fonde in se la tradizione del vitigno e delle vinificazioni dei nonni con la sperimentazione e un orientamento all’eleganza, un vino che condensa la vulcanicità del territorio e tutti i suoi profumi con una bevibilità molto appagante e tutta in progressione.

 

Cla  

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