Un unico comun denominatore…bevibilità a canna!

Pietracupa – Fiano di Avellino 2010

 

Forse per ridurre il consumo di alcool nei giovani dovrebbero evitare di produrre vini come questi due, ma forse i giovani e l’alcolismo sono qualcosa, all’opposto, di maggiornente legato al consumo di bevande dall’elevato tenore alcolico e dalla scarsa qualità, mi viene alla mente la moda di bere sempre e comunque, Tennent’s Extra o Strong Ale che più per una scelta consapevole legata alla tradizione di una lager scozzese con una storia centenaria è assolutamente collegata al sostenuto contenuto alcolico in essa presente, non meno di 9° (molto elevato rispetto alla media delle lager da GDO), quindi in grado di ‘picchiare in testa‘ più velocemente sopratutto se a stomaco vuoto.

Il discorso di cui sopra è agli antipodi con il Fiano di Avellino 2010 di Sabino Loffredo, un vino archetipo della tipologia Fiano di Montefredane, un sorso godereccio, sensibile, spigoloso, sfaccettato che si fa rincorrere senza mai sfuggire alle convenzioni e dalla semplicità del caso, un Fiano cristallino fin dal colore, paglierino con belle sfumature giallo carico, ma sopratutto dai profumi immediati di argilla, fieno, cedro, glicine, mela annurca, fino a giungere a un fumè che diventa sempre più accattivante ma non invadente, un fumè da vitigno&territorio e non da affinamenti in legno.

Al palato entra tagliente ma si distende senza esitazioni, il sorso scorre veloce come una brezza di vento tra gli alberi di agrumi, di salinità marina e di delicata alcolicità, più si alza la temperatura più vien fuori il Fiano di Montefredane fatto di piante officinali e note tostate…finito in un attimo!

 

Stesso discorso ma latitudini completamente diverse, si vola in Alsazia in zona comunemente conosciuta per grandi bianchi: Gewurtztraminer, Riesling, Pinot Gris e Muscat in ordine di importanza, sono i sovrani indiscussi di queste terre contese tra Francia e Germania nelle guerra dei trent’anni, ma di tradizione ultra centenaria è anche il Pinot Noir da sempre utilizzato e vinificato per produrre vini quotidiani, leggeri, fragranti e non da lunghissimo invecchiamento.

I Binner ferventi naturisti ormai votati alla più severa biodinamici nell’approccio in vigna e cantina, realizzano questo Pinot Noir che è un godimento solo a parlarne, nessuna pretesa di nobiltà borgognona ma una schiettezza gusto-olfattiva che non può non ammaliare il più severo dei degustatori votato al ‘vin de soif’.

E’ un vino gioviale, rubino nè lucente nè luminoso, scarico e trasparente nel calice, ma inebriante nei profumi come una donna stravagante: china, rabarbaro, mela cotogna, rapa rossa, cassis, ribes nero, eucalipto e note balsamico, si presenta al palato ancor più arrogante: fresco, leggero, salmastro, il tannino è decisamente ammansuito quanto elegante, l’alcol sembra non fare capolino in questo sorso, c’è ma non si vede (si sente!), al gusto esce tutto il frutto rosso e la vegetalità, la sua capacità dissetante e ripulente, con quella originale chiusura di foglie di tabacco stagionate dalle sensazioni pungenti e speziate.

Un vino più complesso e sfaccettato al naso che in bocca a causa di quei crolli repentini nel gusto ma che termina anch’esso in un batti baleno, che sia consumato con una frittura di calamari e sogliole o con degli involtini di pollo, lardo e mela stark delicius o semplicemente prima di inziare un pasto, sul divano ascoltando Ben Pearce e pensando alla primavera che verrà…

Binner – Pinot Noir 2009

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