Verticale di Fiano di Avellino Villa Raiano: 2001-2011

 

Alla continua ricerca di conferme circa la longevità del Fiano di Avellino, come uno dei migliori bianchi italiani da godere per la sua immediata spontaneità vegetale ma soprattutto nel medio e lungo termine, affinchè il tempo gli consenta di esprimere tutta la sua complessa personalità e le caratteristiche distintive che ogni areale (Montefredane, Lapio, Summonte, Cesinali) è in grado di conferire al risultato finale in bottiglia (nel caso di produzioni con uve di un unica provenienza), si inquadra la partecipazione alla verticale di 9 annate di Fiano di Avellino dell’azienda Villa Raiano in San Michele di Serino.

 

La sede della degustazione è quella della nuova cantina di Villa Raiano, ormai operativa da qualche anno, grazie alla disponibilità di Paolo Sibillo (co-titolare insieme ai fratelli Bosso), dell’enologo Sebastiano Fortunato e dell’organizzatore Luciano Pignataro.

Nella degustazione si rileva la sostanziale crescita aziendale verso livelli qualitativi molto elevati e una continua ricerca di un risultato finale che riesca ad esprimere sia la filosofia aziendale, sia vini sempre più territoriali e sempre meno impersonali, in questo si esprime la scelta di vinificare nel prodotto base, le uve provenienti dai vari territori: Candia, Summonte, Montefredane e dal 2008 anche quelle di Lapio in maniera più sostanziale e di riservare nei cru Alimata e Ventidue le uve migliori, esclusivamente e rispettivamente, di Montefredane e di Lapio.

 

 

2001:

Tonalità dorate, impatto olfattivo evoluto: fumè, orzo tostato, decise sensazioni zolfate, poi una apertura fresca di anice e pietra focaia, al gusto conserva una spiccata sapidità e discreta freschezza giocando però su un corpo di decisa glicericità con richiami al miele di tiglio e lavanda…inaspettata la tenuta nel tempo!

 

2002:

Ancora tonalità dorate senza nessun evoluzione su colori marcatamente concentrati, questa bottiglia, probabilmente a causa di un problema con i fornitori di tappi in quell’anno, denota una dicotomia tra il naso e la bocca, le sensazioni olfattive sono marcatamente evolute su ricordi di brodo di dado, carne lessa, castagna, mentre in bocca è tutt’altro: minerale, salmastra, di pungente freschezza benchè corta nell’allungo…vino spiazzante!

 

2005:

Colore dorato caldo, prima espressività al contrario: glaciale, fredda, vegetale di mentuccia e con tonalità ossidative, poi pera kaiser matura e finocchietto, il sorso è di bellissima espressività, molto armonico, salino, iodato, di buona freschezza e con una ruvidità tutta sua, un sorso molto ampio anche se decisamente ammiccante…invidiabile corrispondenza naso-bocca!

 

2006:

Partenza con una timbrica molto simile alla 2005: chiuso, compatto, granitico, poi delicate sensazioni di aglio fresco, nepitella, odori di grano cotto, ancora un’improvvisa esplosione su nuances piraziniche, spiazza al primo sorso con una armonia e un equilibrio assolutamente perfetti: complessità, persistenza e verticalità gustativa rendono questo millesimo il miglior millesimo per chiusura del cerchio della precedente gestione enologica…leggasi prof. Moio!

 

2007:

Annata calda, ma in questo caso la mano è più leggera, sta cambiando qualcosa, mi domando?

L’impatto olfattivo è rispetto ad annate più vecchie di più semplice lettura e decisa eleganza: melissa, nicciole, dragoncello, pepe verde, pera e mela granny smith, al palato l’annata calda mostra tutta la sua rotondità con una freschezza definita ma meno tagliente dell’annata precedente, resta la costante di una salinità molto marcata che equilibria ad arte un vino di piacevole tipicità…vino della svolta!

 

2008:

Il paglierino inizia a dominare le annate più recenti benchè siano ben visibili i riflessi dorati, l’apertura olfattiva in questo caso è originalissima: zucchero a velo, caramello, floreale dolce di margherite e iris, poi una mineralità di pomodoro del piennolo tagliato in due, in bocca il corpo rispetto all’annata precedente mostra tutta la magrezza di una stagione molto piovosa, tutto gioca su fili più sottili e di minore complessità e presistenza ma di cristallina pulizia gustativa…vino con minori prospettive temporali ma di immediata godibilità immediata!

 

2009:

Colore paglierino nessuna concessione al dorato, una vegetalità decisa che si alterna a goderecce sensazioni di agrume nobile: cedro, bergamotto, poi addirittura una zaffata su accenni di frutta rossa acidula (ribes?!?), infine quella chiusura iodata e ricca di note sulfuree, al palato lo slancio verticale prevale su quello orizzontale spingendo a continui riassaggi ripulenti, freschezza citrica, mineralità decisamente zolfata e una bellissima silouette rendono molto giocoso questo sorso…da godere oggi e per altri 3 anni, almeno!!!

 

2010:

Corpo paglierino, un inizio molto chiuso, oserei dire in parte anche ridotto, che solo dopo qualche minuto tende a svanire fino ad aprirsi su fra
granze di bosso, paglia, timo, erba cipollina, pera conference, mineralità silicea, in bocca in questo caso è la freschezza a farla da padrone rispetto alla mineralità che sembra riproporsi solo in seconda battura, è un sorso poco pettinato o pronto, ma di grossisime potenzialità in termini di complessità e distensione gustativa già tra qualche tempo…prendere e tenere in cantina almeno sei bottiglie!

 

2011:

Il vino più giovane della batteria è senz’altro il più difficile da interpretare da me che ho grossa difficoltà a bere vini bianchi con meno di 2 anni sul groppone (amo le verticalità gustative ma odio gli olfatti troppo fermentativi!), infatti le tonalità scariche esprimono anche al naso una olfattività giovanile di tipo fermentativo: mela stark, glicine, ginestra, timo, note ciottolose che si esprimono al palato con toni verdi di elevata nervosità e notevole affilatura acido-sapida, il corpo è di piacevole ricchezza ma ancora troppo scomposto per esprimere un giudizio consapevole…da aspettare con ansia e capirne le sfumature!

 

Che cosa è emerso in questa passeggiata nel tempo?

Senz’altro parlando di vini base non nati per l’invecchiamento, trovare un 2001 e un 2002 così fruibili è stata una sorpresa, peraltro in entrambi non ci avvertono note ossidative o di terziarizzazione spinta, secondo elemento è stata la crescita del vino parallela alla crescita e alla consapevolezza aziendale, tutto fatto con criterio e senza exploit fini a se stessi.

Oggi il Fiano di Avellino DOCG base aziendale ha migliorato in termini di finezza ed eleganza immediata e verticalità gustativa, perdendo forse qualcosa in complessità nel medio e lungo termine  ma senz’altro offrendo una espressività più rispondente all’idea di ‘vino vero‘ come rappresentazione di un territorio, la presenza di uve provenienti da Lapio e il lavoro in cantina sulle fecce fini ha contribuito ha conferire grazia e una carica aromatica di piacevole lettura che potrà dare ai vini nel tempo una bella personalità.

L’augurio è di continuare su questa strada, semplicità, sfumature e tipicità!

 

 

Cla.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.