Equazione di equilibri inattesi…

J. Hofstatter – Yngram 2003

 

Bottiglia regalatami dall’amica Lina dell’Enoteca Vino & Cioccolato di Napoli circa un anno fa, in occasione del mio compleanno, Hofstatter è una piccola (grande) istituzione in Alto Adige con oltre 50 ettari vitati e una storia che parla di più di 100 anni di vinificazioni: Barthenau Vigna S. Urbano  Pinot Nero e Kolbenhof Gewurtztraminer sono un pò le pietre miliari della gloria di questa azienda.

Non avevo grandi aspettativa su questo sorso risultato di vigne sperimentali piantate circa 25 anni fa e assemblaggio di Cabernet Sauvignon (70%), Petit Verdot (25%) e Syrah (5%), come dire ‘vitigni che con l’Alto Adige non hanno niente a che vedere’, se a questo aggiungiamo l’annata: un caldissimo e marmelloso 2003, e il tenore alcolico in controetichetta che segna 14°, diciamo che non mi sarei mai giocato questa boccia in una serata di amici eni-strippati per non passare sulla gogna degli amanti dei vini piacioni senza identità territoriale.

Invece uscendo dai miei canoni ordinari di bevute, oggettivizzando il più possibile il mio giudizio e valutando il sorso in maniera spassionata, devo affermare che è una bottiglia fatta proprio bene, non sempre e necessariamente si deve bere Pinot Noir o Nebbiolo di montagna!

E’ qui tutta la questione: ‘una bottiglia fatta’, nel senso di costruita a tavolino, risultato di un lavoro certosino partito sicuramente in vigna con vitigni dalla perfetta esposizione e cura, ma soprattutto elaborato con precisione in cantina.

Fermo restando questa premessa, il liquido nel bicchiere è fascinoso: a quasi 10 anni dalla vendemmia di una annata ripeto equatoriale e in più parti d’Italia dai vini squilibrati (troppo alcolici) e scomposti (maturazione non perfetta delle uve), c’è nel calice un vino rubino impenetrabile, privo di decadimenti aranciati ma con lievi pennellate granate, il naso esprime sensazioni subito ampie e senza timidezze di: ribes e mirtillo maturi, rabarbaro, mirto in infusione, rosa essiccata, ginepro, tanto pepe verde e tabacco da sigaro, segno di un affinamento in legno (24 barrique + 12 legno grande) che ha dato senza prevaricare.

In bocca quanto richiamato al naso si esprime nel cavo orale, armonia ed equilibrio sono i segni distintivi, c’è grassezza glicerica ma non di tipo masticabile, c’è alcolicità ma una invidiabile spalla acida (per quella annata l’acidità è spesso frutto di vendemmia anticipata, non in questo caso!), una sapidità molto definita e un tannino vellutato e raffinato.

Vino senz’altro largo più che sottile ma di buonissima persistenza e molto godibile non solo per gli amanti della tipologia, un sorso da godersi in quattro più che in solitudine, un blend originale quanto stupefacente dove la vegetalità dei tre vitigni è grandemente mitigata da un allignaggio che ha fatto emergere il territorio, Termeno e Co, più che l’internazionalità dello stravagante blend.  

La comprerei per tenerla in cantina?

Per curosità in una annata più favorevole, si lo farei, ma con moderazione, per capirne anche le ulteriori sfaccettature!  

 

 

Cla

 

 

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