Langhe per i francesi?

Adriano Marco e Vittorio – Basaricò Langhe Sauvignon Blanc 2011

 

Sperimentare, sperimentare e ancora battere strade non convenzionali oltre a quelle rispettose della tradizione viti-vinicola nazionale e estera, devo dire che quanto ho acquistato questa bottiglia ero consapevole di aver scelto la meno rappresentativa dell’azienda Adriano, di secolare origine, rispetto a Barbera, Dolcetto o Barbaresco, e peraltro un Sauvignon in terra langarola è stato un bell’azzardo, ma a guidarmi è stata la lotta contro il mio stesso pregiudizio, che non ha vinto ma ha avuto ragione, in questo caso.

Annata 2011, quindi senza timore di smentita, bianco molto giovane, si è presentato nel bicchiere giallo paglierino con riflessi verdolini e una piacevole lucentezza, i profumi richiamano il vitigno di provenienza ma in maniera del tutto personale: erba bagnata falciata, nepitella selvatica, mela gran smith, riverberi gessosi, al palato si mostra un pochetto sgraziato entra con una nota decisamente nocciolata che poi si ripropone in maniera poco elegante nella parte finale del sorso e che tende a svilire una bevuta comunque sempliciotta (vigne di circa 10 anni) ma schietta dove: mineralità tufacea e freschezza da mela annurca o pera volpina la fanno da padrona, nonostante le note alcoliche siano decisamente delineate e non proprio in fusion col resto. 

 

Rizzi – Langhe Chardonnay 2011

 

Stesso lotto d’acquisto, per volersi fare male fino in fondo, ma risultato decisamente più appagante, nonostante lo Chardonnay sia veramente la più ‘battona’ dei vitigni al mondo, ma forse proprio per questo un’adeguata armonizzazione col territorio di coltivazione, anche in questo caso Langhe, può dare risultati comunque degni di nota.

Rizzi conosciuta soprattutto per vari cru di Barbaresco produce una discreta varietà di bottiglie nei suoi 35 ha. Colore paglierino scarico e tendente al cristallino, nessun accenno verdolino ma un vino quasi bianco carta da far pensare ad un bianco nordico degli anni ottanta, il naso è un piacevole floreale-vegetale (biancospino, iris, borragine), poi un delicato fruttato dolce di pesca gialla e prugne goccia d’oro, per chiudere solo nel finale su un esotico presente ma fortunatamente molto lontano.

In bocca ha una pungente acidità agrumata di pompelmo, conservando buona succosità di susina e albicocca, è un sorso molto scorrevole, dissetante, a tratti minerale, ovviamente non complesso nè persistente, ma decisamente italico e godereccio, non ha sgraziate morbidezze californiane o mineralità taglienti da Chablis, ma una sua decisa connotazione stilistica.

Solo dopo metà boccia l’esile corpo tende a far venir fuori quel mezzo grado in più di alcol presente, che magari tra 6 mesi sarà meglio digerito dalla struttura per far apprezzare il bicchiere al meglio delle sue possibilità: sicuramente non oltre i 2/3 anni dalla vendemmia!

 

Cla. 

 

 

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