Bianchi, territorio e fattore tempo…report

I 10 campioni degustati

 

Ci voleva la perversione intellettuale dell’amico Luca Miraglia per assemblare una batteria di vini così eterogenea e coinvolgente al tempo stesso, che riuscisse in un sol colpo a mettere insieme bottiglie più o meno vintage, da 10 parti d’Italia differenti e che rappresentassero anche filosofie produttive spesso agli antipodi tra loro, ma in grado di lasciare il segno ognuna per la esclusiva personalità, fin dalla mescita.

Cercherò di evidenziare per ogni assaggio quello che mi hanno lasciato a livello emotivo e la capacità dello stesso sorso di presentarsi fruibile al tavolo non solo come una meteora da serata a tema.

 

Podere Pradarolo – Vej 2007:

Vino che rasenta l’assurdo: 270 giorni di macerazione sulle bucce e 27 giorni in bottiglia per la presa di spuma di questa Malvasia di Candia prodotta da Alberto Carretti in provincia di Parma (non proprio regione da Metodo Classico), per un una bollicina stravagante che parte da una aromaticità da birra India Pale Ale, ricca di vegetalità e sensazioni minerali per ruotare di 180° su sensazioni di frutta candita. In bocca la bollicina alterna pungenza a grassezza, sensazione marcatamente tattili di tannino con una piacevolissima secchezza che termina con un delicatissimo ammandorlato ripulente…prodotti come questi li adoro e li berrei con tutto: dai salumi ai crudi di mare alle tartare di carne!!!

 

A.A. Montevertine – Bianco di Montevertine 2006:

Il famoso Sergio Manetti titolare dell’azienda Montevertine (oggi il figlio Martino) dalla fine degli anni ’60, è divenuto famoso per i suoi rossi senza tempo di stampo Gambelliano (Le Pergole Torte e giù di lì), ma provare questa boccia fuori mercato è stata una esperienza unica, un blend antico e paritario di Trebbiano e Malvasia, un naso sussurrato nonostante la presenza del vitigno aromatico: mandarinetti, alloro, sensazioni lattiche e iodate, al gusto è un sorso caldo, sapido con freschezza ammansuita dal tempo che stranamente però esce molto piacevolmente alla distanza, un vino con sbuffi ossidativi che sorseggerei senza abbinamento culinario per vederlo cambiare mille volte nel bicchiere.

 

Emidio Pepe – Trebbiano d’Abruzzo 2006:

Dopo quello di Valentini è senz’altro il Trebbiano più conosciuto tra gli eno-fighetti naturistici dell’ultimo decennio, a giusto titolo, perchè esprime un ventaglio di profumi vastissimo, partendo da un liquido opaco, velato e con riflessi aranciati (eresia 15 anni fa!), odori di acetica veloce a svanire con la roteazione, poi argilla, rocce calcaree, frutta candita, zenzero fresco grattugiato, rugine, in bocca è scorrevolmente vinoso e scomposto con una predominante alcolica in parte bilanciata da quella acidità contadina e dalla salinità marina, un sorso che lascia in bocca tutta l’aromaticità delle fresche erbe di campo pronte per una zuppa tiepida estiva, magari con croccante di pancetta e una spolverata di pecorino abruzzese.

 

I Vigneri di Salvo Foti – Vinujancu 2006:

Vini unici quanto non da tutti i giorni, per il prezzo a cui purtroppo devono essere commercializzati data l’unicità del prodotto realizzato in pochi esemplari, ma questo bianco etneo, risultato di un blend stranissimo quanto originale (Carricante, Riesling renano, Grecanico e Minnella) colpisce nel segno per un colore evoluto da oro antico ma soprattutto per la scorrevolezza del sorso, è un bicchiere che profuma di crema pasticciera, glicine e  ginestra essiccate, ghiaia arsa al sole, zolfo, ma che regala una capacità dissetante invidiabile e una lunghezza gustativa non per la struttura importante ma grazie a un corpo sinuoso ed elegante, tutto giocato su note di frutta gialla fresca (susina, mela) e minerale di crostacei crudi…incantevole!

 

Villa Bucci – Verdicchio dei Castelli di Jesi Bucci 2007:

Un vino base ma che tale non può definirsi per una realtà aziendale marchiggiana con una tradizione plurisecolare, per gli amanti del Verdicchio puro e duro questa boccia stappata con qualche anno in più sulle spalle ha rispettato le attese.

Colore paglierino con marcati riflessi dorati per un Verdicchio caldo e rotondo, dove ad emergere sono una sapidità-salata e una freschezza più sottotono, non c’è tanta complessità nè persistenza ma pulizia cristallina dall’inizio alla fine, anche in quel tipico finale ammandorlato che un guazzetto di rana pescatrice e frutti di mare avrebbe ulteriormente valorizzato.

 

La Biancara (A. Maule) – Pico 2007:

Maule e la sua Garganega senza solforosa e realizzata nella maniera più incontrollata possibile, un vino CULT per gli amanti del non interventismo, un vino di non facilissimo approccio per il resto del mondo benchè lui cerchi di affermare il contrario.

Bianco aranciato di stile ossidativo e di impatto da volatile alta ma che profuma anche tanto di radice di liquirizia, vegetali secchi, pasta della pizza, succo di aloe e mineralità sabbiosa, al gusto il sorso è di marcata sapidità e alcolicità, tannino in bella mostra ma con una acidità da vino del contadino, cambia nel bicchiere col variare della temperatura ma il sorso resta molto convinto di se stesso, vino da abbinamento a piatti seri meno a sfizioserie easy!

 

Giudo Marsella – Fiano di Avellino 2006:

Ha rappresentato una aggiunta della
serata non programmata ma perfettamente in linea, il bianco irpino che ambisce a vette da Chablis si è espresso nella versione d’antàn di Marsella su tonalità paglierino con riflessi caldi, le sensazioni olfattive partono da una sostanziale chiusura su profumi di olive verdi e scatoletta di tonno, per virare gradualmente su note fumè, di mandorla tostata, margherite e girasole, infine chiusura su note vanigliate, io giurerei che c’è passaggio in legno ma non ho certezze, ho amato molto i Fiano di Marsella dei primi anni 2000, eleganti quanto dissetanti, poi la mano è diventata più ‘cicciuta’ è mi sono allontanato da loro, in questa boccia la tipicità è rispettata e il sorso scorre veloce benchè ad una freschezza citrica sia sostituita una lattica meno tagliente.

 

Jermann – Vintage Tunina 2003:

Sauvignon & Chardonnay, con aggiunte di Ribolla Gialla, Malvasia Istriana e Picolit, un pò a dire: ‘non ci scappa nessuno, stasera!’ Proprio così, una azienda quella di Jermann dalle grandi dimensioni e dalle grandi tradizioni, che sforna vini sempre impeccabili stilisticamente magari a volte scontati ma sempre precisi e così gli anni per questo vino di punta non hanno fatto altro che far esprimere, in una annata caldissima, un bianco materico, avvolto in profumi che volteggiano dalla nepitella all’erba cipollina, dal fieno al frutto della passione, sensazioni larghe più che verticali, un bianco che si è espresso in maniera evoluta ma più armonico delle mie aspettative se non foss’altro che chiude decisamente sapido di quel salato un pò amaro…da vero Pirata della serata!

 

Abbazia di Novacella – Gewurtztraminer ‘Praepositus’ 2005:

Il Traminer lo ami o lo odi, per quell’essere sempre sopra le righe, non è da meno questa precisa interpretazione dell’Abbazia di Novacella, solo acciaio per un GewurtzTraminer dorato, dai profumi sgraziatamente femminili: iris, edera, mela cotogna, cumino, cedro, melone, santoreggia, chi più nè ha più nè metta, il tempo ha reso il tutto solo più ‘arrotato’, lo definirei un vino ‘irritante’: caldo, morbido, salato, di freschezza da pera williams e con retrogusto olfattivo che chiude su accenni di nocciola fresca, un sorso che gli spiedini di caprino e melone & pecorino e ananas su confettura di mandarino hanno reso molto godibile benchè non nè riuscirei a bere più di un bicchiere a pasto!

 

Toblar – Ramandolo 2006

La Gubana a base di lievito madre su ganache di fondente di Fosca meritava un adeguato matrimonio di tradizione è questo Ramandolo ha rappresentato ciò che di migliore ci si potesse aspettare a fine serata.

Vino color aranciato, lucente e luminoso, un primo impatto molto terziarizzato da ceralacca, inchiostro, smalto, poi svanito l’effetto riduttivo e la volatile emerge tutta la tipicità del Verduzzo passito da Ramandolo: albicocca, frutta disidratata, pesca sciroppata, miele di castagno, ancora frutta secca, tabacco e infine nuances boisè, un sorso rigorosamente rispondente al naso, meno largo al palato di quanto il naso faceva presagire ma di grande equilibrio gustativo per un bicchiere dove addirittura avverto sensazioni tanniche e sulfuree di enorme fascino.

 

Cla. 

 

  

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